La rabbia, il senso di colpa e le emozioni che nessuno racconta del lutto
Il lutto non è fatto soltanto di tristezza. Può contenere rabbia, colpa, impotenza, risentimento e persino sentimenti che abbiamo paura di confessare. A volte il dolore si rivolge contro noi stessi, altre volte contro chi è rimasto. Comprendere queste emozioni non significa giudicarle né giustificarle: significa riconoscere che anche il dolore possiede molte voci.
LUTTO: ATTRAVERSARE IL DOLORE PER LA MORTE, CUSTODIRE L'AMORE
Namaste
9/3/20269 min read


La rabbia, il senso di colpa e le emozioni che nessuno racconta del lutto
Il lutto non è fatto soltanto di tristezza. Può contenere rabbia, colpa, impotenza, risentimento e persino sentimenti che abbiamo paura di confessare. A volte il dolore si rivolge contro noi stessi, altre volte contro chi è rimasto. Comprendere queste emozioni non significa giudicarle né giustificarle: significa riconoscere che anche il dolore possiede molte voci.
Quando immaginiamo una persona in lutto, quasi sempre immaginiamo la tristezza.
Le lacrime.
Il silenzio.
La nostalgia.
La mancanza.
Sono immagini vere.
Ma raccontano soltanto una parte di ciò che può accadere dentro una persona quando qualcuno che ama muore.
Perché il lutto può avere anche un altro volto.
Può essere rabbioso.
Contraddittorio.
Ingiusto.
Può contenere pensieri che non avremmo mai immaginato di poter avere.
Può farci arrabbiare con la persona che è morta.
Con noi stessi.
Con un medico.
Con Dio.
Con il destino.
Con un fratello.
Con nostra moglie.
Con nostro marito.
Persino con un figlio che è ancora accanto a noi.
E qualche volta la parte più difficile non è provare queste emozioni.
È ammettere di provarle.
Il dolore non ci rende automaticamente migliori
Esiste un'immagine quasi idealizzata della sofferenza.
Come se attraversare qualcosa di terribile dovesse necessariamente renderci più profondi, più sensibili, più comprensivi.
A volte accade.
Altre volte no.
Il dolore può renderci vulnerabili.
Irritabili.
Chiusi.
Può diminuire la nostra capacità di tollerare gli altri.
Può farci pronunciare parole che in un altro momento non avremmo pronunciato.
Può persino farci desiderare che il mondo intero si fermi insieme a noi.
Questo non significa che il lutto trasformi una persona in qualcuno che non è.
Significa che una sofferenza enorme può mettere sotto pressione ogni parte del nostro equilibrio.
E riconoscerlo è più rispettoso che fingere il contrario.
La rabbia davanti a ciò che non possiamo cambiare
La rabbia possiede almeno una caratteristica che l'impotenza non ha.
Una direzione.
Possiamo arrabbiarci contro qualcosa.
Possiamo stringere i pugni.
Possiamo accusare.
Possiamo cercare un responsabile.
L'impotenza, invece, ci lascia davanti a qualcosa che non possiamo modificare.
Ed è terribilmente difficile restare lì.
Quando una persona muore dopo una lunga malattia, qualcuno può arrabbiarsi con i medici.
Quando muore in un incidente, la rabbia può rivolgersi verso chi lo ha causato.
Quando non esiste un responsabile evidente, possiamo cercarne comunque uno.
Perché forse è più sopportabile pensare:
"È colpa di qualcuno."
che accettare:
"È accaduto e io non posso più fare nulla."
Possiamo arrabbiarci anche con chi è morto
È una delle emozioni più difficili da confessare.
Come possiamo essere arrabbiati con una persona che non c'è più?
Eppure può accadere.
"Perché non sei andato prima dal medico?"
"Perché guidavi quella sera?"
"Perché non mi hai ascoltato?"
"Perché mi hai lasciato qui?"
A volte queste frasi non hanno nemmeno una logica razionale.
Il cuore non è un tribunale.
Può amare profondamente qualcuno ed essere contemporaneamente furioso con lui.
E subito dopo può arrivare la colpa.
"Come posso pensare una cosa simile?"
Ma un'emozione non cancella l'altra.
La rabbia non dimostra che abbiamo amato meno.
Può essere proprio la grandezza della perdita a renderla così intensa.
Poi arriva quella parola terribile: "se"
Forse poche parole pesano quanto questa durante un lutto.
Se.
Se avessi insistito.
Se fossimo andati prima in ospedale.
Se avessi telefonato.
Se quella sera fossi rimasto a casa.
Se non avessimo litigato.
Se avessi capito.
Se avessi detto qualcosa.
Se avessi fatto qualcosa.
Il "se" apre continuamente porte verso vite alternative.
Vite nelle quali quella persona è ancora qui.
La mente ricostruisce gli eventi conoscendone già il finale.
Ed è proprio questo il problema.
Oggi possediamo un'informazione che allora non avevamo.
Sappiamo cosa è accaduto.
E attraverso quella conoscenza giudichiamo la persona che eravamo prima che accadesse.
Sapere dopo non significa poter sapere prima
Questa distinzione merita tempo.
Dopo una tragedia alcuni dettagli possono sembrare evidenti.
Una frase.
Un sintomo.
Una decisione.
Un ritardo.
Un comportamento insolito.
Ma quando li abbiamo vissuti erano immersi dentro centinaia di altre informazioni quotidiane.
Non sempre possedevano il significato che attribuiamo loro dopo.
Questo non significa che non commettiamo errori.
A volte li commettiamo.
A volte avremmo potuto fare qualcosa diversamente.
Ed essere onesti significa ammettere anche questa possibilità.
Ma esiste una differenza enorme tra riconoscere:
"Avrei voluto comportarmi diversamente."
e condannarsi:
"È colpa mia se è morto."
Il dolore può confondere queste due frasi fino a farle sembrare la stessa cosa.
Non sempre lo sono.
Quando non siamo riusciti a capire quanto qualcuno stesse soffrendo
Ci sono perdite nelle quali questa domanda diventa ancora più difficile.
Una persona può aver portato dentro di sé una sofferenza enorme senza riuscire a mostrarla completamente.
Può aver parlato.
Può essere rimasta in silenzio.
Può aver chiesto aiuto in modi che soltanto dopo sembrano riconoscibili.
Oppure può aver nascosto ciò che stava vivendo.
Quando una vita termina per un gesto rivolto contro sé stessa, chi rimane può iniziare un interrogatorio interiore che sembra non avere fine.
"Cosa non ho visto?"
"Perché non me ne sono accorto?"
"Perché non mi ha parlato?"
"Perché non sono riuscito ad aiutarlo?"
Non esiste una frase capace di sciogliere domande simili.
Ma esiste una prudenza che dobbiamo avere.
Non possiamo conoscere completamente il mondo interiore di un'altra persona.
Nemmeno quando la amiamo.
E l'amore non ci consegna automaticamente la capacità di salvarla da ogni abisso.
Questo non rende inutile esserci, ascoltare, intervenire o cercare aiuto quando vediamo qualcuno in una sofferenza profonda.
Significa soltanto che, dopo, non dovremmo trasformare automaticamente tutto ciò che non abbiamo potuto vedere in una nostra colpa.
Quando il dolore cerca qualcuno contro cui rivolgersi
Esiste poi una parte del lutto ancora più difficile da raccontare.
A volte ce la prendiamo con chi è rimasto.
Non perché quella persona abbia necessariamente fatto qualcosa.
Ma perché è lì.
È vicina.
È raggiungibile.
Possiamo parlarle.
Possiamo accusarla.
Possiamo litigare con lei.
La persona che abbiamo perduto, invece, non possiamo più raggiungerla.
E così una parte della rabbia può cambiare direzione.
"Tu non stai soffrendo come me"
Immaginiamo due genitori che hanno perso un figlio.
La stessa casa.
La stessa perdita.
Lo stesso funerale.
Lo stesso nome che manca.
Potremmo pensare che questo dolore li unirà inevitabilmente.
A volte accade.
Altre volte proprio quel dolore li allontana.
Uno ha bisogno di parlare continuamente del figlio.
L'altro non riesce nemmeno a pronunciarne il nome.
Uno vuole lasciare intatta la sua stanza.
L'altro non riesce più a entrarci.
Uno cerca fotografie.
L'altro le nasconde.
Uno piange apertamente.
L'altro torna al lavoro.
E allora può comparire una frase terribile:
"Sembra che non ti importi."
Ma forse importa immensamente.
Semplicemente, quel dolore sta parlando una lingua diversa.
Non esiste un solo modo di amare chi abbiamo perduto
Questo vale anche tra fratelli.
Tra figli.
Tra parenti.
Tra amici.
Una sorella può parlare continuamente della persona morta.
Un fratello può diventare silenzioso.
Uno può aver bisogno di andare ogni settimana al cimitero.
L'altro può non andarci mai.
Uno può trovare conforto nei suoi oggetti.
L'altro non riuscire a guardarli.
Uno può credere che quella persona continui il proprio viaggio.
L'altro può aver perso qualsiasi fede.
Il rischio nasce quando trasformiamo il nostro modo di soffrire nell'unità di misura dell'amore altrui.
"Se lo amassi quanto me, soffriresti come me."
Ma non possiamo sapere quanto qualcuno soffra osservando soltanto come lo mostra.
I figli che rimangono
Questo è un punto particolarmente delicato.
Quando una famiglia perde un figlio, gli altri figli possono vivere qualcosa di estremamente complesso.
Hanno perso un fratello o una sorella.
Ma nello stesso momento possono sentire di aver perso anche una parte dei propri genitori.
Perché mamma e papà sono lì.
Ma sono devastati.
La casa ruota intorno all'assenza.
Le fotografie.
I ricordi.
Le ricorrenze.
Il nome.
E il figlio rimasto può provare emozioni che non osa raccontare.
Può sentire rabbia.
Può sentirsi invisibile.
Può vergognarsi di desiderare attenzione.
Può persino domandarsi:
"Avrebbero preferito che fossi morto io?"
È una domanda terribile.
Ma proprio perché è terribile non dovremmo fingere che nessuno possa pensarla.
Quando proteggere chi rimane diventa paura
Può accadere anche qualcos'altro.
Dopo aver perso un figlio, un genitore può sviluppare una paura enorme di perdere anche gli altri.
Una telefonata senza risposta.
Un ritardo.
Un viaggio.
Una serata fuori.
Qualcosa che prima apparteneva alla normalità può diventare improvvisamente minaccioso.
E così l'amore può trasformarsi, senza volerlo, in controllo.
"Scrivimi appena arrivi."
"Non andare."
"Stai attento."
"Chiamami."
"Perché non rispondevi?"
Dietro può esserci una paura comprensibile.
Ma anche qui dobbiamo distinguere.
Comprendere da dove nasce un comportamento non significa necessariamente dire che quel comportamento faccia bene a chi lo riceve.
Il figlio rimasto ha diritto al proprio dolore.
Ma ha anche diritto alla propria vita.
Comprendere non significa permettere tutto
Questo è forse uno dei passaggi più delicati dell'intero articolo.
Una persona in lutto può essere arrabbiata.
Può essere fragile.
Può essere ingiusta.
Può avere giornate nelle quali non riesce a riconoscersi.
Tutto questo merita comprensione.
Ma il dolore non trasforma automaticamente ogni comportamento in qualcosa che gli altri devono sopportare senza limite.
Possiamo comprendere perché qualcuno urli.
E contemporaneamente riconoscere che quelle urla stanno ferendo un figlio.
Possiamo comprendere perché qualcuno controlli ossessivamente il proprio compagno.
E riconoscere che il compagno sta soffocando.
Possiamo comprendere la rabbia.
Senza trasformarla in un permesso.
Comprendere non significa giustificare.
Significa provare a vedere da dove arriva qualcosa senza smettere di vedere anche ciò che provoca.
Il senso di colpa di chi torna a vivere
Poi esiste una colpa completamente diversa.
Quella che arriva quando, per un momento, stiamo bene.
Ridiamo.
Mangiamo qualcosa che ci piace.
Usciamo.
Facciamo l'amore.
Partiamo per qualche giorno.
Ci accorgiamo che sono trascorse alcune ore senza pensare continuamente alla persona morta.
E improvvisamente qualcosa dentro domanda:
"Come puoi?"
Come puoi ridere?
Come puoi divertirti?
Come puoi essere felice quando lui non c'è?
È come se una parte di noi avesse stabilito un patto segreto.
Finché soffro, continuo ad amare.
Se smetto di soffrire, sto dimenticando.
Ma amore e dolore non sono sinonimi.
Il dolore può nascere dall'amore.
Non è necessariamente la sua unica testimonianza.
Ci torneremo alla fine di questo percorso.
Perché il diritto di vivere senza sentirsi colpevoli merita un tempo tutto suo.
E se provo sollievo?
C'è un'altra emozione della quale si parla pochissimo.
Il sollievo.
Può comparire dopo anni di malattia.
Dopo mesi di ospedale.
Dopo notti senza dormire.
Dopo aver visto qualcuno soffrire.
E immediatamente può arrivare la vergogna.
"Come posso sentirmi sollevato?"
Ma il sollievo non significa necessariamente:
"Sono contento che sia morto."
Può significare:
"Non soffre più."
Oppure:
"Non devo più vivere ogni telefonata come una possibile tragedia."
Oppure semplicemente:
"Sono esausto."
L'essere umano può contenere emozioni apparentemente incompatibili.
Possiamo essere devastati e sollevati.
Possiamo amare e essere arrabbiati.
Possiamo piangere e, dieci minuti dopo, ridere ricordando qualcosa.
Non siamo incoerenti.
Siamo complessi.
Non processare ogni emozione
Forse uno degli errori che possiamo fare durante il lutto è trasformare ogni emozione in un verdetto su noi stessi.
"Se sono arrabbiato, sono cattivo."
"Se non piango, sono insensibile."
"Se ho riso, sto dimenticando."
"Se provo sollievo, non lo amavo abbastanza."
"Se ce l'ho con lui, significa che non gli volevo bene."
Un'emozione non è necessariamente una sentenza.
È qualcosa che sta accadendo dentro di noi.
Possiamo ascoltarla.
Chiederci da dove arriva.
Lasciarle spazio.
Senza trasformarla immediatamente nella definizione di chi siamo.
Ci sono dolori che hanno bisogno di qualcuno accanto
Esistono momenti nei quali queste emozioni diventano enormi.
La colpa non lascia respirare.
La rabbia invade ogni relazione.
La disperazione sembra non concedere tregua.
La vita perde progressivamente significato.
In questi casi chiedere aiuto non significa aver amato male.
Non significa essere deboli.
E non significa che qualcuno voglia portarci via il nostro dolore.
Può significare semplicemente non essere costretti a portarlo completamente soli.
Questo è particolarmente importante quando la sofferenza comincia a far pensare che non valga più la pena continuare o che non esistano alternative.
In quel momento non serve dimostrare forza.
Serve permettere a qualcun altro di entrare in quella stanza.
Forse la rabbia sta dicendo qualcosa
Non sempre dobbiamo spegnere immediatamente ciò che sentiamo.
A volte possiamo ascoltarlo.
Forse dietro la rabbia c'è impotenza.
Dietro il controllo, paura.
Dietro un'accusa, una domanda senza risposta.
Dietro il senso di colpa, il desiderio impossibile di tornare indietro.
Dietro il risentimento verso chi è rimasto, forse c'è una parte di noi che grida:
"Perché proprio lui?"
Questo non significa che ogni emozione nasconda una verità segreta.
Significa soltanto che, prima di giudicarla, possiamo provare ad ascoltarla.
Lo stesso dolore, vite diverse
Forse possiamo fermarci qui.
Con un'immagine.
Una famiglia è seduta intorno allo stesso tavolo.
Manca una persona.
Tutti vedono la stessa sedia vuota.
Ma nessuno la guarda esattamente nello stesso modo.
Per qualcuno contiene nostalgia.
Per qualcun altro rabbia.
Per qualcuno colpa.
Per qualcun altro paura.
Qualcuno riesce a parlarne.
Qualcuno abbassa gli occhi.
Qualcuno vorrebbe andarsene.
Qualcuno vorrebbe che nessuno si alzasse mai da quel tavolo.
La perdita è comune.
Il dolore rimane personale.
Forse imparare questo può evitare almeno una ferita in più.
Quella di pretendere che chi abbiamo accanto soffra esattamente come noi.
Possiamo non comprenderne il silenzio.
Possiamo non comprenderne le lacrime.
Possiamo persino arrabbiarci.
Ma prima di decidere che l'altro non ama abbastanza, potremmo fermarci.
E domandarci:
se anche lui stesse cercando di sopravvivere alla stessa assenza, soltanto in un modo diverso dal mio?
Nel prossimo articolo entreremo proprio nel territorio del tempo.
Perché dopo una perdita arriva quasi inevitabilmente un'altra domanda:
quanto dovrebbe durare tutto questo?
E forse scopriremo che anche il tempo del lutto merita di essere ascoltato prima di essere misurato.
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